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venerdì 29 agosto 2014

COM'ERA COSTRUITA LA TERRA DEI BAMBINI DI GAZA: INTERVISTA A CARMINE CHIARELLI.


Scuola di Gomme, Scuola nel Deserto, Terra dei Bambini: fra le tre, quest’ultima era la più bella e la più pericolosa. Costruita nella zona calda della striscia di Gaza, 10 chilometri scarsi per milioni di persone. 

130 bambini del villaggio di Um Al Nasser potevano almeno andare a scuola fino a qualche settimana fa. Prima che la struttura costruita in 6 mesi, nel 2012, dagli architetti della cooperativa milanese ARCò, (utilizzando sacchi di nylon riempiti di terra) fosse rasa al suolo. La Terra dei Bambini era una struttura finanziata dalla Cooperazione Italiana e dalla CEI (Conferenza Episcopale Italiana) e rappresentava un esempio di architettura di pace sostenibile di altissimo livello: era dotata di pannelli fotovoltaici che davano corrente all’intera comunità, utilizzava un impianto di fitodepurazione delle acqua per renderle potabili, era parte di un progetto didattico e formativo di grande spessore, era dotato di uno spazio sociosanitario diviso per sessi e di una cucina di recente inaugurata.
 Incontriamo Carmine Chiarelli (uno degli architetti di ARCò) in occasione di una sua lezione gentilmente offerta all’iniziativa Sferracavalli, il Festival Internazionale di Immaginazione Sostenibile che si è svolto a Lizzano, con una particolare attenzione verso queste terre in conflitto.
 Qual è la posizione ufficiale di ARCò sull’accaduto?
 Siamo un studio giovane che ha avuto la possibilità di progettare e realizzare interventi sperimentali che hanno segnato il nostro percorso professionale e sono diventati punti di riferimento per l’architettura sostenibile. Abbiamo sempre lavorato in condizioni particolarmente difficili, estreme in certi momenti, e abbiamo sempre avuto questa spada di Damocle della possibile demolizione per ognuno degli interventi fatti. Le ingiunzioni di demolizioni che hanno visto protagonista la Scuola di Gomme ne sono una prova, ma ad un certo punto ci si abitua e si convive con questa possibilità, che però sembra sempre lontana. La demolizione della Terra dei Bambini ci ha scosso, facendoci comprendere quanto questo pericolo sia reale. Il modo terribile in cui sia avvenuto, cioè all’interno di un attacco di terra, in quella che è una vera guerra ad armi impari, ci ha reso ancora più tristi ed increduli. Dispiace vedere il proprio lavoro, il lavoro di una equipe fatta di tecnici italiani e locali, venga distrutta come un qualunque obbiettivo militare. Spiace vedere il lavoro di mesi, risorse economiche e umane spese, cancellate con così tanta facilità e senza per noi un motivo reale. Ad ogni modo restiamo architetti e il nostro lavoro continua ad essere quello di progettare, pensare e disegnare per migliorare le condizioni di vita delle persone e dei luoghi in cui operiamo. Una cosa che negli anni di lavoro al fianco di questo popolo, vessato da una guerra psicologica e continua fatta di sgomberi e demolizioni anche meno clamorose di quella che ci ha toccato, abbiamo imparato è la pazienza con cui affrontare questi eventi con la forza d’animo di pensare alla prossima ricostruzione.
 Credi ci sia la possibilità di ricostruire?
 La possibilità non la escludiamo, ma ad oggi è più una speranza che una concreta prospettiva. Sappiamo che le autorità italiane stanno valutando la possibilità di chiedere un risarcimento ad Israele per il danno causato ad un edificio costruito con il cofinanziamento tra gli altri della Cooperazione allo sviluppo Italiana, la CEI e del Ministero per gli Affari Esteri. Ho letto anche recenti dichiarazioni del Presidente Vendola, il quale ha affermato che la Regione Puglia si impegnerà a trovare i fondi per la ricostruzione. Va ricordato infatti che la Regione Puglia ha co-finanziato l’ampliamento dell’asilo, un volume nel quale è stato inserito un piccolo ambulatorio pediatrico.
Prendiamo quindi queste informazioni con la dovuta cautela del momento, consci del fatto che la demolizione ha creato un vuoto che sicuramente, passata la tempesta bisognerà colmare.
 I vostri cooperanti sono ancora sul posto o sono stati fatti tornare in Italia? Come raccontano la situazione in corso rispetto alla loro esperienza di profonda conoscenza del territorio e di vissuto del conflitto?

Al momento nessun membro di ARCò è presente in Palestina e a Gaza, il nostro responsabile per la direzione dei lavori nei cantieri sta seguendo la realizzazione di un orfanotrofio in Bolivia. I mesi passati nel seguire i lavori ci hanno portato a vivere da vicino molte situazioni che le comunità palestinesi con cui lavoriamo sono costrette a subire ogni giorno. Sicuramente le tensioni quotidiane possono spiegare in parte le azioni e le reazioni di questi ultimi giorni, ma la complessità del conflitto non si esaurisce alle ultime settimane o alla nostra esperienza. La sproporzione dell’azione militare israeliana è palese, ingiustificata, sicuramente non favorisce il dialogo e la costruzione di una pace reale e duratura. Reale perché quello di cui ci siamo resi conto è che la guerra non si fa solo con i raid aerei, ma ogni giorni con azioni intimidatorie, di riduzione delle libertà personali e le limitazioni dei diritti fondamentali dell’uomo. Per non parlare dell’assoluta arbitrarietà dell’interpretazione degli accordi siglati a livello internazionale, nel silenzio assenso proprio della comunità internazionale. In questo scenario il conflitto di questi giorni non ci stupisce più purtroppo, ma la sorpresa positiva è che da quando abbiamo iniziato a lavorare nei territori occupati palestinesi ad oggi, grazie probabilmente a social media, più informazioni viaggiano in tempo reale, e il tema della Palestina è sempre più presente nel dibattito quotidiano. A noi piace pensare che le nostre scuole hanno contribuito ad accendere i riflettori su questi temi. Tengo a precisare comunque che noi rimaniamo architetti e le nostre azioni sono volte a fare architettura nell’unico modo che ci sembra possibile, attraverso un coinvolgimento social. L’aspetto politico è una conseguenza non un fine.

Fonte: www.progettoalchimie.it